L'Oltre

oltre.png

«La differenza la fa soltanto lo stomaco, te lo dico io.»

Sandro era seduto su una sedia girevole, i braccioli mangiati dal tempo, dall’incuria e da mani nervose. Posò sulle labbra una sigaretta d’importazione, sfilata da un vecchio pacchetto trovato sulla scrivania. Diede un’occhiata alla confezione girandosela fra i polpastrelli, soffermandosi su un riquadro di testo in basso che parlava di come i suoi polmoni fossero già poltiglia e muco e tessuti bruciacchiati, ma con la gentilezza di una lingua esotica che non comprendeva.
Puntellandosi sui talloni, ruotò la sedia verso Chiara, portando la mano a un vecchio accendino da scrivania, a quanto pare ricordo ossidato di un viaggio non proprio avventuroso a Cortina, quando ancora a qualcuno fregava di sembrare ricco.

Strizzò gli occhi, mentre le sue rughe, profonde e patetiche, erano un chiaroscuro alla luce della fiammella.

«Capisci cosa intendo, giusto?»

Chiara era in piedi, la schiena poggiata contro lo spigolo di un vecchio schedario d’acciaio. Sentiva il metallo freddo e appiccicoso premere come una lama sulla colonna vertebrale, ma la scomodità, in quel caso, era un beneficio non indifferente. La teneva attenta, e dio solo sa quanto ne avesse bisogno.
Abbassò il capo, fissando lo sguardo su i suoi scarponi da lavoro. Si strinse fra le spalle, sentendosi un po’ meglio.

«Non lo so mica, se lo capisco.»

Sandro, celando il suo disappunto nella penombra intossicata dal fumo, sospirò rumorosamente, posando con scarsa delicatezza l’accendino sul tavolo. Si prese un istante, come a trovare le parole giuste. Anzi, no: le parole migliori.

«Bene, allora ti faccio un esempio. Te immaginati, no?, che sei sposata con uno stronzo. Ma uno stronzo vero, uno di quelli che renderebbero miserabile la vita di chiunque. E immaginati che ‘sto stronzo a te ti ha reso davvero un rottame. Già che ci sei, immaginati che ti ammazzeresti, se ne avessi il coraggio, tanto ti ha rovinato.»

Chiara inclinò la testa di lato, passandosi una manica del maglione sul naso, umido per una cronica congestione.

«Occhei, e quindi?»

Sandro teneva la sigaretta fra l’indice e il medio, facendola basculare con il pollice, posato languidamente sul filtro. La voce era poco più di un ronzio raschiante che piano piano saliva d’intensità, come se per arrivare al punto stesse prendendo la rincorsa.

«E quindi, se lo schianti, lo stronzo, può essere che stai meglio, dopo. Niente di troppo cruento, intendiamoci. Lo getti dalle scale, gli avveleni la zuppa, lo soffochi nel sonno dopo averlo legato. Robe così. Soluzioni pulite, senza troppe sofferenze.»

Chiara allungò timidamente la mano verso la sigaretta dell’uomo «Ah, boh, non so mica se è giusto. Cioè, pure se è davvero stronzo, chi sono io per schiantarlo? Magari uno trova anche un altro modo, senza essere un assassino, insomma».

Sandro scosse la testa, passando la sigaretta a Chiara.

«E perché uno dovrebbe trovare un altro modo? Schiantarlo sarebbe l’opzione migliore per eliminare il problema. Le altre magari funzionano anche, ma non è detto. Non sono definitive, non dipendono solo da te.» fece una pausa, osservando la mano di Chiara avvicinarsi alle labbra, non troppo convinta. Né la mano, né Chiara.

«Non ti farebbero davvero felice, penso.»

Chiara succhiò il filtro della sigaretta pensosamente, la testa leggera per il fumo stantio.

«Boh, perché magari per essere felice tu non è che devi ammazzare. È un po’ egoista.»

«Ancora non hai capito. Ti ricordì com’era prima?» Sandrò aprì le braccia, dandosi una spinta col piede per chiudere una graziosa piroetta sulla sedia, come a includere quel vecchio ufficio marcio e tutto quello che era al di fuori di quelle mura «Prima di questa merda».

Chiara aggrottò la fronte, tirando su con il naso «No, ero piccola».

«Ecco, c’erano un sacco di leggi. Non potevi fare niente che infastidisse gli altri senza finire al gabbio. Ma parlo pure di cose tipo gli insulti. La gente, se rompevi loro il cazzo senza nemmeno toccarla, ti chiedeva i danni morali!» dal suo petto esplose una risata sguaiata, le dita scarlatte sugli occhi «Gieeesù, i danni morali. Cooomunque, le persone la pensavano come te, eh. Il bene della comunità, il rispetto per gli altri, i valori civili eccetera eccetera».

Chiara passò indietro la sigaretta, leggermente disgustata, con le viscere strette in un nodo scorsoio che le stritolava il ventre.

oltre1.png

«Ma si stava meglio, no? Forse era giusto così.»

Sandrò sbuffò, sfoderando i suoi denti irregolari, deboli e indecenti. Spense la sigaretta sul bracciolo, facendola poi cadere per terra. Dal mozzicone accortacciato saliva un filo di fumo che aveva proprio l’aria di una richiesta d’aiuto.

«Esatto, si stava meglio. Ma mica per le leggi. Le leggi valevano solo per quelli vicini a te. Si stava meglio perché si viveva comodi. Le cose non costavano niente o quasi. Con pochi spiccioli mangiavi, bevevi, ti tenevi caldo e ti avanzava qualcosa in tasca per i lussi. E lo sai perché costavano niente? Perché le producevano dei pezzenti a migliaia di chilometri da casa tua, ammalandosi e morendo per far sì che tu potessi essere felice. Lo sapevamo tutti, che stavamo ammazzando gente per la nostra comodità. Ma ci andava bene distruggere la vita di altre persone, perché la loro miseria diventava la nostra felicità.»

Chiara rimase in silenzio. Il punto. Non aveva ancora colto il punto della questione. Forse era distratta. Forse era la fame. O forse è per quell’ombra proiettata sul termosifone in fondo alla stanza, su cui l’occhio cadeva ogni pochi minuti. Sapeva cos’era l’ombra, ma fra uno sguardo e l’altro cercava di dimenticarselo.

«Quello che ti voglio dire» Sandro si alzò dalla sedia con un grugnito, rischiando di far saltare un bracciolo facendoci leva «è che nessuno avrebbe perdonato una moglie che schianta un marito stronzo, ma era occhei comprare una sciarpa alla moda che era costata le dita a un cingalese di otto anni, o un telefono prodotto in uno stabilimento fondato su pile di cadaveri suicidi».

Sandro posò la mano callosa sulla spalla di Chiara, stringendola lievemente. C’era un qualcosa di paterno nell’uomo, se riuscivi a isolarlo dalla fame atavica e febbrile che consumava il suo sguardo.

«Capito, ora? Eravamo disposti a basare la nostra felicità sul sangue, bastava non fosse sangue direttamente versato da noi. È questione di stomaco, come ti dicevo. Devi capire che la felicità condivisa era una cosa già rara prima, ora è soltanto il delirio di un cuore debole. Devi avere lo stomaco, per essere felice di questi tempi.»

Chiara si guardò la giacca sdrucita. Le dita di Sandro avevano lasciato un’impronta rossa sulla spalla, frastagliata e irregolare. Sembrava più un dipinto rupestre, una scena di caccia sbucata da un passato brutale, pronto a ritornare.
Sandro si avvicinò al proprietario dell’ombra in fondo alla stanza e lo ribaltò. Posò un piede sul suo petto, e con entrambe le mani sfilò, non senza fatica, un lungo coltello da cucina. Chiara sentì il rumore delle costole che si spezzavano, e il sibilo lamentoso del polmone perforato, stanco di tenere tutta quell’aria dentro, priva com’era di uno scopo.

«Andiamo?» disse Sandro, pulendo la lama sulla coscia.

Chiara non si mosse, voleva essere certa che l’ombra non sibilasse più.

«Dai, Chiara. Saremo felici, ok? Saremo molto felici.»

 
4
Kudos
 
4
Kudos

Now read this

Memorie di un vigilante

Questa è la sbobinatura di un'intervista del 2002, mai pubblicata, a John Michael Vitiello, raccolta da Stephen Silverwood per il «TIME». John Vitiello, chiamato da vigilante “The Gladius”, era ai tempi di questa testimonianza uno dei... Continue →